Patrizia Cavalli è nata a Todi e vive a Roma dove si è laureata con una tesi di estetica della musica. Ha pubblicato presso l'editore Einaudi, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il Cielo (1981), Poesie (1992) e Sempre aperto teatro (1999) con il quale ha vinto il premio Viareggio.
Ha inoltre pubblicato alcuni racconti su varie antologie e ha scritto per la Rai due radiodrammi, La Bella Addormentata e Il Guardiano dei Porci.
Ha tradotto per Carlo Cecchi, Molière e Shakespeare; la sua versione del Sogno di una notte d'estate è uscita nella collana einaudiana 'Scrittori tradotti da scrittori'.
Nell'aprile del 2005 è uscito il suo poemetto La Guardiana nella collana 'I sassi' per le edizioni Nottetempo.
Nel 2006 pubblica "Pigre divinità e pigra sorte" - Einaudi.
Alcune poesie dell'autrice
Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: «Amore mio,
ma che è successo? », sarebbe un pezzo
di teatro di successo.
[da "Poesie (1974-1992)" - Einaudi, 1992]
Questo libro riunisce
i due precedenti volumetti di Patrizia Cavalli ("Le mie poesie non cambieranno il
mondo", 1974, e "Il cielo", 1981) ai quali si aggiunge una nuova, più ampia
raccolta intitolata "L'io singolare proprio mio". Autrice lodevolmente parca,
Patrizia Cavalli, dunque, rende conto della sua poesia una volta per decennio
evitando l'inflazione dello sfogo lirico. Anche se così distanziate nel tempo, o
forse proprio per questo, queste tre sillogi testimoniano un'esperienza poetica
di ampia portata, segnata da un forte filo di continuità e da un marchio di
stile inconfondibile, fatto di ironia e di musicalità, ma anche di velocissima
concetrazione di pensiero e di arguzia epigrammatica.
Nelle prime quattro sezioni di questo libro di Patrizia Cavalli (Sempre aperto teatro, Donna impotente, La notte palombara, Per garanzia animale) si delinea un vero e proprio canzoniere con un andamento narrativo ciclico e una struttura in cui il fluire delle poesie brevi trova nodi di senso e di scansione ritmica in poesie di più lunga misura. La quinta sezione (Fra tante erbette facili, qua e là) è l'esploso della storia poetica che precede: rime apparentemente sparse, ma sotteraneamente collegate al filo conduttore del libro. Una raccolta inconsueta per l'autrice, forse una svolta nella sua opera, che aggiunge profondità architettonica alla sua poesia senza nulla togliere alla sua forza e levità epigrammatiche.
Nascere ancora, molte volte,
ma non del tutto nata,
accanto a molte madri, nuove madri,
sicuramente già del tutto perdonata
dall'ampio sguardo adulto che mi apprende,
seduta in metropolitana.
[da "Sempre aperto teatro" - Einaudi,1999]
Sotto gli occhi del lettore si forma un tessuto che riannoda l'amore, la felicità e l'infelicità, il desiderio e la pigrizia, il senso o il nonsenso della vita. E sempre sotto l'insegna musicale di quello 'stile semplice' che discende direttamente da Umberto Saba e Sandro Penna.
... Per poi scoprire che il piacere non ha porte e che se mai l'avesse stanno aperte, che potevamo allora rimanere fuori sfornite e arrese tutte e due alla pari giocando io alla porta e tu alle chiavi...
Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo si
le mie poesie
non cambieranno il mondo.
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Né morte né pazzia mi prenderà:
un tremore delle vene forse
un'acuta risata, un ingorgo
del sangue, un'ebbrezza limitata.
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Per riposarmi
mi pettino i capelli,
chi ha fatto ha fatto
e chi non ha fatto farà.
Dietro la bottiglia
i baffi della gatta,
le referenze
le darò domani.
Ora mi specchio
e mi metto il cappello,
aspetto visite aspetto
il suono del campanello.
Occhi bruni belli e addormentati.
Ma d'amore
non voglio parlare,
l'amore lo voglio
solamente fare.
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La perfezione del primo vero male
non conosce permessi né riposi.
Vigliacca e maledetta si presenta
se leggo un libro se guardo alla finestra,
se incontro amici se rispondo al telefono
e soprattutto si approfitta
del silenzio dei giorni di festa.
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Qualche volta un silenzio può essere
apparenza di più vasti pensieri
che non possono aprirsi
alla cadenza di una voce giornaliera.
Ma questo non è il tuo caso
cara mia: il tuo caso è soltanto
totale mancanza di allegria.
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Due scalini saranno la distanza
perché i miei piedi non calpestino
il vestito e allora due scalini
più tardi arriverò
leggermente in ritardo
a consumare lo spazio
che rimane - ah per le mani
non ci sono scuse -
a trasformarle in carezze
le incertezze.
[da "Le mie poesie non cambieranno il mondo" - Einaudi, 1974]
Quella nuvola bianca nella sua differenza
insegue l'azzurro sempre uguale:
lentamente si straccia nella trasparenza
ma per un po' mi consola del vuoto universale.
E quando cammino per le strade
e vedo in ogni passo una partenza
vorrei accanto a me un bel viso naturale.
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Ti odio perché non ti amo più,
perché non posso perdonarti
di non riuscire più ad amarti.
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Per distrarsi dal tempo bisogna avere molte occupazioni,
obblighi, scadenze, conti da pagare e rimandare
rimandare l'attuazione, finché tutto finisce
e tutto scade naturalmente inevitabilmente.
Restano fogli di carta spiegazzati, guardati
mille volte e poi buttati. Sembra uno scherzo
ma passano gli anni e accompagnati da questa sensazione
di avere qualcosa da fare, molto importante,
molto urgente, si resta sempre
in un eterno l'altro ieri.
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Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c'è richiamo e non c'è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l'accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.
[da "Il cielo" - Einaudi, 1981]
Giunta a quel punto dove la memoria
per troppa luce quasi si scolora, r
accoglievo in preghiera le tue forme.
Il peso immenso del tuo corpo assente
la notte mi copriva di sudore
e prolungavo ferma il mio risveglio
per accaldarmi dentro il tuo mantello.
Poi m'abbigliavo tutta in quella stoffa
che si mischiava stretta al mio respiro
e attraversavo le conversazioni
attenta a non sgualcire il mio vestito.
Qualche volta però per distrazione
cedendo alle domande dei miei ospiti
mi sì impigliava un lembo nella noia
e scivolava via con qualche strappo.
Per restaurare la trama in perfezione
poco sicura delle mie sole mani
ricorrevo al valore del telefono.
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