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Poesia della settimana 23-2007 PDF Stampa E-mail
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 08 giugno 2007 )
 

Scritto da Enrico Besso, 08-06-2007 23:05

Pagina vista : 679    

Favoriti : 7

Pubblicato in : Rubriche culturali, Poesia della settimana



Dell'ermetica vanità, di Marina Minet, e' la poesia in vetrina della settimana. Figliata con l’avvento delle rondini a maggio. Allo strascico di diligenze orfane d’intento lo sguardo la sorprese in bianco svenata di menzogne riflesse allo specchio delle grazie...

LA POESIA IN VETRINA DELLA SETTIMANADell'ermetica vanità

Figliata con l’avvento delle rondini
a maggio.
Allo strascico di diligenze orfane d’intento
lo sguardo la sorprese in bianco
svenata di menzogne
riflesse allo specchio delle grazie.

Giungano gli occhi della massa a darle stampo;
numero di fila al banco dei pegni dell’olimpo
ad aprirle le guance molestate dai digiuni
nel coscienzioso delirio d’aggraziarsi venere.
E non sia più grano la finezza sotto i denti
quando oltrepasserà gli elogi delle norme
ad orientarsi idonea.

Partorita con le arterie trattenute in scarse ipotesi.
Distratta in movenze d’oscillamenti avversi
poi sfacciati;
come i refusi degli ingordi
che nel giunco
assottigliati s’addensano pilastro,
appoggio appariscente alla nausea di ruspe distruttrici
di sì e di come
in tre giorni si rinasce intatti.

Potrebbe ora.
Se di legno s’intagliasse l’immodestia a più razioni.

Basterebbe colloquiarsi l’esistenza
in misura al gusto di nostalgia del seno allontanato.
Ma freddo crollerà l’impegno
che risolverà le spoglie in piedistalli chini.
La vita si farà esigenza;
ramo da proseguire in raccolti senza arature.
E non sarà più tempo di metropolitane
né di polpacci in posa.
- che siano solamente arti
queste disarmonie di ristrettezze
senza costrizioni -

Basterebbe governarsi carni come patrimoni
lusingarle d’insolenza banchettata in finta
per eluderla delusa.
E che non sia
né appaia
visione di lineamenti
usurpati all’estro d’occhi compiaciuti.

Preludi d’interezza da archiviare
Vedranno scarpe smesse.
Il vuoto degli aromi poi l’inghiottirà
e a scippo di logica
in lei
faranno digiuno.
Le orazioni di primo mattino
saranno ravvedimenti da replicare vegeti
nell’astinenza al sé.

Lei
eucaristia cessata
di messe
conquisterà le ceneri
e sarà corpo intatto
da scandire a più stagioni

Marina Minet


L'AUTRICE

Marina MinetTeresa Anna Biccai, conosciuta sul web con lo pseudonimo di Marina Minet, è nata a Sassari. Ha partecipato alla raccolta FiumIdee con il racconto Terre di Mare ed ha contribuito alla realizzazione del romanzo EStemporanea, Edizioni Liberodiscrivere.

Le frontiere dell'anima - Minet Marina - Liberodiscrivere Edizioni - Teresa Anna Biccai è il mio vero nome, mentre in rete scrivo con lo pseudonimo di Marina Minet. Scrivo con passione da sempre, con spontaneità ma anche con creazione paziente, (maniaca nella perfezione d’ogni singolo verso secondo le mie inconsce teorie) non ho ambizioni di sorta, poiché ciò che scrivo non è mai preciso come vorrei. In ogni caso, troverei scialba e monotona una vita senza vanità. Alcune mie liriche sono state pubblicate nelle antologie della casa editrice Il Filo. Un poemetto-racconto, Monologo in augurio di pasto, nella raccolta A-mantidi - vittime (Magnum-Edizioni). -

---

Alcune audiopoesie nell'interpretazione di Rita Bonomo, musiche di Elliot Goldenthal - Michael Nyman - Franco Battiato.

Dell'ermetica vanità

Dei volti pari

Penelope per eccesso

Di Padre

Penelope in riverenza oscena

C'era metropoli risalente al water - interpretazione di Marina Minet


Le poesie:

Dei volti pari

Siamo la grazia della pioggia;
contro questo cielo ignaro d’affluenti tributari.
Le siccità causate da incontinenze a termine
che a sgelare gocciolando
hanno concimato, poi lì per lì seccato
digrignando i denti al sole
verso cime ed aquiloni proni ai voli

Vorrei dirti, di mari posti mura e d’alghe maturate calce;
di venti che fuggono spiragli
sbuffati per scomporsi
creando infinità di conche straripanti;
se solo, la rete che hai scagliato
per assediare ciò che nutre l’apparenza
divenisse inchiostro, riuscirei;
o creta, per rifare i lineamenti conversanti al pianto
di un grembo inaridito al seno.
Ne uscirei credente e scettica blasfema
ed ogni fiore sterile rifiorirà cucito
 concimando bulbo, secche d’altri mari.
Se appena potessi disdire
che il vetro dei tagli è cenere rurale
cedendo ai polsi mani in volontà mancante
potremo beare agli screzi,
potremo progredire
gloriando rughe conseguite fino a imputridire.
Nessuna spalla più
volterà cieca senza che io fiera
abbia inalato conti in resa
per divenirmi madre e figlia
e onnipotente sorda a Dio

Frugavamo cieli per scarnire ossa su frammenti;
nubi traversanti per rammentarci d’essere
sante nei rituali per ribrezzi circostanti.
Grani brindanti di raccolti assenti in falciatura.
Perché sono sbiancate le rose?
Dove si è disciolto il carminio che sbugiardava l’ostro
svergognando fuga all’imbrunire;
dove ha covato i petali l’inverno per sgretolarne i bordi
quando ha stabilito ai nomi volti uguali
ferendoci moleste a sazietà soccorse.
Cosa rimane di prati mielati, di pesi alleviati
se il resto inerte nega e scheggia marmi interpellando fossa;
cosa dei palmi intorpiditi
prima d’impastarci scroscio e asfalto
smagliandosi inerenti per ingrassi occasionali.
Giuriamolo così
sparendoci a schifarci
finanche i rovi a rimirarsi patiranno interdizione.
Che invadano oltre le piogge
per pulsare nuovamente sangue a spingerlo pretesto;
che sono ancora là, spandendosi ai coralli
congiunti entrambi destri, senza dita appese
espressi in uno specchio senza croci


---


Penelope per eccesso

La delusione delle viole a primavera
S’apprende
Con l’attrito della pioggia sull’asfalto
Riluttante all’infinito scarso in cielo
A farci essenza sola:
Lesione e cura promulgata.

- Muoia l’impossibile -

Tu, che mi sei estinto fango
Quando al seme, cristallina
Vide l’iride impaziente;
Hai affilato scopo alle mie mani:
Falci vissute eco di messe basilari.
Immobile,
Prospettami la testa vite prona
– io te ne voglia in grazia -
Quando stravolgerò indubbia
Braccia ed archi
Scagliando frecce coagulate per reato
Covato vastissimo ad amarmi
L’esodo deviante degli esempi

Sazia le pietà
Che mi eri corpo
Di comunione prima estrema.
Balbettami ogni vampa
E credimi boia alleggerita
Se strazio è ogni gola muta in strozzatura.
Sterile, attecchirò di lingua
Sporgendo appena il dire in un dirupo
Per conteggiarti tende
Di giorni sceneggiati curva sola;
Di folle surrogate che ignorano stagni ecosistema
Stridendo ogni danza
Iniziazione tronca


---


Di Padre

Di padre s'apprende il nome.
La mano muta nell'abbandono
Fra cancelli ancora suggellati
Su svelte scarpinate in vie di fuga.
Coraggi assediati sul costato
Fra attimi sbiaditi in pause
Al poi trarne avviso nei domani.
--
Di padre s'apprende il credo
La lotta avviata su strade inesplorate
Sterminate da bandiere disuguali
Ai venti primi in fila
Proni agli estuari.
--
S'apprende il taglio di mete andate a colpa
La piena degli imbrogli necessari
Sopra opzioni naufragate in salde sere.
--
Di padre s'apprende scavo.
Grinze ammansite nelle vene
Al riverbero fra occhi temperati
Su rimbombi di ricordi
Idolatrati.
--
S'apprende l'urlo spietato
Decantato a fierezza sopra scudi
Al tono di spettare
annuvolato
Reciso a sfascio in ghiaia.
--
L'aroma del tabacco
Disperso fra castagni
Come oro radiato
A crearne eclisse e svago.
Il fiato silenzioso
Usurato dentro ansie imbavagliate.
L'occhiata scalza
Sopra messe stanate da cuscini
Al gergo della fitta
Mascherata d'ornamenti.
--
Di padre s'apprende l'attesa.
Il polso al bordo letto
Cullante sul sarà
Come pendolo scordato.
Occhi dissolti
In calo a pelle ossuta.
Germi di gerani rispediti
Su sfide sorte a capo
Celebrate da ire in grugno a Dio
A formarne clessidre senza sabbia.


Penelope in riverenza oscena

Sono arteria marcia per gingilli inoperanti;
Per lacrimazioni finte senza dedizione espansa

E se lo dicessi ora
Che renderci nota d’allergiche virtù
Deambula prospettive
Quanto una mano inferma,
Dimmi,
Dove morirebbe
L’ultimo bacio senza citazioni.
In quale morte si farebbe tana a ravvivarsi
Gioia fatta croce

Sì, che ti penso,
Amore tardo per appelli;
Ti penso fino a scomparirmi,
Fino a non essermi
Veduta di troppe gole sazie
Raggirate ai modi dei conati.
E sparisco prevedendoti
Il tanto di vedermi appena,
Ventre incline per apnea mimetizzata

Sì, che mi sei dentro.
Mi sei dentro oltre ogni galera
Che ho espugnato;
Oltre l’eccedenza d’una cena fredda
Scaldata a malavoglia fra atri senza sbocco.
Guardami così
Quando ad ingrassarti canto sordo
Vedrai una screziatura
Al mezzo petto svalutato

E se lo ripetessi ora
Che vivo di porte e chiavistelli
T’inventeresti usciere
Senza tassa libera accordata.
Pecora atterrita
All’occhio privo


---


C'era metropoli risalente al water

Distorta è la manina carità ritratta
che falce oziosa
avversa digerente
ha intarsiato coscienziosa la condanna
suggerendosi un nastrino
scarsamente puntellato

Si dice morbo corporale
l’ingenuità che alleva ossa a smascherarle;
il gusto spellato per imboccarle mezze
senza bracciate intorno a confermare
l’esile presenza che s’amministra assenza

Viscere trufferemo
se per ogni grano l’estate non contasse tacche
di gambe sovrapposte
parallele occasionali.
E che la sedia non s’inventi
parente disdicente offesa sangue

Dimmi cosa t’incantò
il giorno che t’amasti sacco fiero
a calunniarti un nome.
Di quale sale sparso
il viale innanzi a te s’impadronì
per liquidarti stenta
servendosi infantile ai nodi lacrimali
che liberasti fonte inestinguibile
nascendo terra da scavare

Di tutte quelle bocche vanto maldicenti
lì per lì a citarsi corone senza teste
spalancasti l’unica additata
e l’allevasti scoria
prima che spirasse zeppa
salvandoti infedeli due canini;
l’improbabile azzannata
per sollevarti carne
di fame sconfessata

E c’era metropoli risalente al water.
Troppa,
beffeggiante,
con l’occhio vigilante al portamento
e mai affondava,
mai immergeva variando forme in consonanza;
accorta, a getto cancellante
si specchiava presuntuosa
come se non fossi tu, lì,
invocando carestie
a darti in pasto propria

Così colasti fiume senza delta
e l’ombra vanamente t’inseguì
sudore immaginario.
E più svanivi,
più era nudo indosso il paragone;
il mento della folla alzato calante d’espressione:
l’onorario supposto puntato
quando l’impronta alleggerita
di solo tanfo premeva all’andatura


---


Sardegna Esiliata

sguardo che vaghi oltre
in terre vergini ed immortali
posati senza morirne
più in là di riva
a riportarmi terra
che mi fu madre e Dio

manto corallino
di mare che m'apparteneva
d'onde esiliate richiede mano
a stringerle in nuraghi
già longevi prima d'esser nati
in mani fiere accolte
d'onorata povertà

io
niente e universo fra ulivi gravi
di terre arse porto ferite
rinascendo seme e fiore.
Alba, svezzata in seno
figlia d'orgoglio
immensa a specchiare
di nome paterno
affiora bandiera
ed io
spoglia di vesti
al vederti nuovamente
m'innalzo nome
riportato a valle
a naufragar memoria
d'avvilente migrazione

Pro su Bisognu


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