Non fummo né abili né attenti,
non vedemmo le cose, c'era buio.
Comparve un esile barbaglio,
era il filo di fiamma d'una torcia
o d'altro dramma che riguarda l'uomo.
Le cose cominciavano a chiarirsi.
Chiedemmo arnesi d'emergenza,
sedia, benda, un gruppo di fucili
repentini.
Alle spalle, che importa, ciò che conta
è la porta d'uscita per salvare
l'unica cosa amata, a lungo amata,
trafugandola al mondo, alla chiarezza.
Bartolo Cattafi
[da La StampaWeb - Rubrica Poesia a cura di Maurizio Cucchi] - Bartolo
Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1922 e morto a
Milano nel 1929, esordisce nel 1951 con la plaquette Nel centro della
mano, seguito da Partenza da Greenwich (’55) e dal primo volume
riassuntivo, Le mosche del meriggio (1958).
Dopo i primissimi passi ancora legati all’esperienza ermetica, la sua
poesia si sviluppa in parte legandosi alla concretezza e alla poetica
in re della cosiddetta “Linea Lombarda”, dalla quale peraltro si
discosta per una fortissima propensione alla costruzione del testo per
vive sequenze di immagini, o, come scrive Stefano Giovanardi, per la
mediazione “dell’investimento simbolico che il soggetto compie nella
sua percezione del reale”.
Cattafi è poeta di grande estro naturale, che nel corso del tempo, per
citare questa volta un poeta e critico come Giovanni Raboni, che si è
sempre occupato attivamente della sua opera, curandone le maggiori
scelte antologiche, ha compiuto un passaggio “non brusco, ma netto, da
una prevalente figuratività a una prevalente figuralità, da un registro
sostanzialmente descrittivo e narrativo a un registro sostanzialmente
astratto-speculativo”.
Ma in Cattafi anche lo spostamento dell’asse verso un movimento
saggistico e astratto della sua poesia avviene sempre nella
irrinunciabile presenza determinante delle immagini, fino a momenti di
vivace spinta visionaria.
Dopo le raccolte già citate, Cattafi pubblica
nel ’64 uno dei suoi libri maggiori, L’osso l’anima, in cui tensione
analogica e aperture colloquiali vengono a mescolarsi in impasti di
netta originalità.
Negli anni di piena affermazione della neoavanguardia (come avviene del
resto anche per il suo coetaneo e affine Luciano Erba) Cattafi tace,
non pubblica e neppure scrive per un periodo di otto anni, fino al
rientro, avvenuto nel ’72 con L’aria secca del fuoco. È un tempo di
produzione quasi fluviale.
Il poeta siciliano scrive moltissimo, e scegliendo all’interno di un
materiale amplissimo, pubblica altri tre libri: La discesa al trono,
Marzo e le sue idi e L’allodola ottobrina (rispettivamente del ’75, ’77
e ’79).
Aggredito dalla malattia, introduce in quest’ultimo libro (che verrà
seguito dal postumo Chiromanzia d’inverno nell’83) toni sempre più cupi
e una circolante ed emozionante prefigurazione della morte, che lo
coglierà a soli cinquantasette anni.
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